Massimo Filippi

Chi sono.

Prima di dirti cosa faccio, ti racconto come ci sono arrivato. Perché il modo in cui lavoro oggi non l'ho imparato da un libro. L'ho imparato da un corpo che per trent'anni non ha fatto quello che doveva, e che ho dovuto capire da solo.

Se hai un dolore che torna, una stanchezza che nessuno spiega, esami tutti nella norma e la sensazione di non essere più tu, leggi fino in fondo. Ci sono passato.

Massimo Filippi oggi, ritratto con luce naturale
Massimo Filippi bambino, in tenuta da basket con la squadra
2000

Un bambino fermo a centrocampo

Era il 2000, avevo nove anni. Domenica, partita del campionato under 10, la palestra di una scuola di Vicenza piena di gente. Mia madre seduta sul gradone più basso, a bordo campo, come sempre.

Dopo venti minuti non respiravo più. Il cuore in gola, la luce che dava fastidio, i compagni che mi urlavano di correre. E io fermo a centrocampo, a fissare gli spalti, mentre le squadre correvano da una parte all'altra. Non riuscivo a muovermi, non riuscivo a rispondere. Ho iniziato a correre verso mia madre piangendo, e l'arbitro ha fischiato, e tutto il palazzetto si è girato a guardarmi.

Quello è stato il mio primo attacco d'asma. Da quel giorno ho capito di essere malato.

Sono cresciuto così. Allergico a tutto quello che passava sotto il naso, ricoverato più volte, con un compressore che mi gonfiava d'ossigeno e fiale di cortisone per tornare a respirare. Guardavo gli amici giocare in cortile dalla finestra. Ero un bambino cicciottello, sensibile, intrappolato in un corpo che non rispondeva ai comandi.

Poi una bambina della mia classe mi ha detto una frase che mi ha cambiato la vita.

Massimo Filippi il giorno della laurea

"Da grande voglio fare fisioterapia"

Non sapevo nemmeno cosa volesse dire. Lei ne parlava come di un supereroe: uno che ti cura se ti sei fatto male, ma che può anche rendere il corpo più forte prima che si rompa. Prevenire. Potenziare.

Era esattamente quello che volevo per me. Se nessuno poteva liberarmi dalla gabbia, avrei imparato a farlo da solo, e poi l'avrei fatto per gli altri.

Ho fatto il suo stesso percorso: istituto tecnico biologico, anni di studio, il test a numero chiuso senza un piano B. O quello o niente. Il giorno in cui ho saputo di essere entrato, mi ricordo la felicità che mi usciva dalla pelle.

Intanto sperimentavo su di me tutto quello che studiavo. Alcune cose funzionavano: togliendo gli zuccheri semplici ero meno infiammato, respiravo meglio, dimagrivo. Altre le ho pagate care: due anni da vegetariano fatto male, e la crescita che si è bloccata mentre i miei compagni di basket diventavano alti e forti.

Sono diventato fisioterapista. E ho scoperto che il supereroe aveva un limite.

Massimo Filippi in studio, negli anni della fisioterapia classica

Il fisioterapista che curava a pezzi

Ho aperto uno studio, poi due, poi tre. Lavoravo dodici, tredici ore al giorno. Applicavo alla lettera quello che avevo imparato, mi confrontavo con i colleghi, facevo corsi. Ero bravo.

Ma c'era sempre qualcuno che non riuscivo ad aiutare fino in fondo. Miglioravano, e poi tornavano al punto di partenza, più frustrati di prima. Stessa schiena, stesso ginocchio. Io trattavo il pezzo, il pezzo stava meglio, e il corpo intorno restava esattamente com'era: stanco, infiammato, che dormiva male.

Curavo i pezzi. E i pezzi non guarivano mai del tutto.

Questa cosa mi mandava in bestia. Ho capito una cosa che allora era solo un'intuizione: una seduta lavora sul sintomo, sull'urgenza. Quello che cambia un corpo sono le abitudini ripetute nel tempo, e nessuna tecnica applicata sempre allo stesso modo può funzionare su persone diverse.

Non lo sapevo ancora, ma il prossimo pezzo rotto sarei stato io.

Massimo Filippi negli anni di Asiago, con quindici chili in più
2017

In risparmio energetico

Un collega mi ha chiamato per aprire un ospedale privato sull'altopiano di Asiago. Settanta chilometri da casa, un'ora e mezza di macchina, mezz'ora di tornanti. Ho accettato tenendomi anche i tre studi.

Ho retto sei mesi così. Poi mi sono spezzato come un ramoscello.

Tornavo a casa, mi toglievo il giubbotto, mi sdraiavo sul divano e mi addormentavo senza mangiare. La mattina mi svegliavo più stanco di quando ero andato a letto. Più dormivo, più volevo dormire. Dormivo nelle piazzole dell'autostrada con la sveglia a dieci minuti, mi addormentavo sul lettino tra un paziente e l'altro. Fissavo il vuoto e mi ero convinto che fosse normale. I colleghi ridevano: "Massimo è in risparmio energetico". Ridevo anch'io.

Avevo ventisei anni e tutte le articolazioni doloranti. Me ne sentivo addosso centoventisei. Mi svegliavo di notte con una sete incredibile, ingrassavo a vista d'occhio, la gastrite non passava. In pochi anni ho preso quindici chili. Sono diventato dirigente della struttura, e più responsabilità voleva dire meno tempo per me.

E gli esami? Tutto nella norma. Ero un professionista della salute che stava invecchiando a velocità doppia, e nessuno, nemmeno io, guardava il quadro intero.

Poi due frasi, a distanza di poco, hanno rotto tutto.

Due frasi

La prima me l'ha detta un direttore. Avevo proposto un progetto di prevenzione: intercettare le persone prima che si rompessero, invece di riabilitarle dopo. La risposta è stata una sola: "Massimo, con la prevenzione non si fanno soldi."

Non ho risposto. Ma quella frase mi ha fatto capire dove stavo lavorando: dentro un sistema che guadagna quando ti rompi. E che aveva bisogno anche di me, rotto.

La seconda me l'ha detta Micol, quella che oggi è mia moglie, su una spiaggia in Puglia nel 2017. L'ospedale andava male, avevo ridotto i pazienti privati per seguirlo, ero passato dalle stelle alle stalle anche economicamente. Camminavamo sul bagnasciuga e io mi lamentavo: mi vedevo brutto, vecchio, senza energie, avevo paura di perdere tutto.

Lei mi ha preso per un polso, mi ha fermato, e mi ha vomitato addosso tutto quello che non volevo sentire. Tutti i miei errori. E il fatto che quello che stava succedendo era responsabilità mia, di nessun altro. Avevo scelto io quella vita e di trascurare la mia salute.

Mi sono fermato a guardare il tramonto sul mare. Ho abbassato lo sguardo e ho visto il mio riflesso nell'acqua.

Questo non sono io. Non posso aiutare gli altri se non riesco a controllare me stesso.

Mi sono fatto una promessa: da oggi mi prendo cura di me, per poi farlo con gli altri.

Massimo Filippi immerso nell'acqua fredda di un lago

Il primo mese non è successo niente

Sono tornato a casa e ho fatto la cosa che mi riusciva meglio: studiare. Ore su ore di paper, libri, blog, quasi tutto in inglese. Finché ho trovato quello che cercavo: persone che avevano riportato indietro la propria età biologica misurandola, non sperandola. Ben Greenfield. Wim Hof e il freddo. Il biohacking, che allora in Italia non conosceva nessuno.

Ho iniziato con le cose più scomode. Vasche di acqua ghiacciata, io che ero sempre freddoloso e che da bambino dovevo "stare attento al freddo". Digiuno intermittente. Respirazione. Un allenamento pensato per i mitocondri, non per i muscoli.

Il primo mese non è successo niente. Nemmeno un etto. Ero ancora stanco. Il corpo faceva resistenza a stimoli che non aveva mai visto.

Il secondo mese qualcosa si è mosso. Tre chili, senza perdere muscolo. Poi, come una palla di neve che prende velocità, il grasso ha iniziato a sciogliersi. Ma i chili erano l'effetto collaterale. La cosa vera era un'altra: la gastrite era sparita, gli attacchi di sonno erano spariti, avevo energia da vendere. Il respiro, quello che mi aveva bloccato a centrocampo a nove anni, era diventato un alleato.

Il mio corpo stava guarendo. Da solo. Io gli avevo solo tolto quello che glielo impediva e gli avevo dato gli stimoli giusti, nell'ordine giusto.

Poi ho fatto un test del DNA, e ho capito che stavo usando il trenta per cento della potenza.

Massimo Filippi legge i dati su uno schermo nel centro

Il pezzo che mancava: misurare

Il test mi ha detto cose che non avrei mai indovinato. Che il mio corpo non tollerava gli zuccheri. Che l'intolleranza ai latticini mi stava avvelenando da anni. Che la sonnolenza cronica veniva dal glutine. Era tutto scritto, dovevo solo imparare a leggerlo.

Da lì ho capito il principio che oggi regge tutto il mio lavoro: le tecniche sono uguali per tutti, ma quello che blocca il corpo è diverso in ogni persona. Se non lo misuri, indovini. E indovinare vuol dire avere ragione una volta su tre.

Ho testato il metodo su di me per mesi, poi su una cerchia ristretta di persone. Ottenevano risultati che con gli approcci classici sognavo soltanto. E quella frustrazione di non riuscire ad aiutare tutti, quella che mi portavo dietro dai tre studi, è sparita.

Non è stato facile. I primi corsi online sono stati un fallimento totale: nessuno mi credeva. Ho dormito in macchina a Trento, d'inverno, chiedendomi cosa stessi sbagliando. La sera piangevo dalla paura di non poter mangiare. Poi ho capito che il problema non era il contenuto, era a chi lo stavo dicendo. Ho ricominciato dagli sportivi, che erano pronti, e da lì è nato tutto il resto.

Nel 2022 ho scritto il primo libro. E poi la storia ha preso una direzione che allora non avevo previsto.

Dal biohacking al dolore

Nel libro parlavo di invecchiamento precoce, di longevità, di ringiovanire. Era vero, e lo è ancora. Ma seguendo migliaia di persone ho scoperto una cosa: quasi nessuno viene da me perché vuole invecchiare meglio. Vengono perché hanno un dolore che non passa. Una schiena, una cervicale, un ginocchio, che hanno già portato da tutti e che torna sempre.

E lì ho chiuso il cerchio con il fisioterapista dei tre studi, quello che curava i pezzi.

Ho capito che il dolore che torna non è un problema del punto in cui lo senti. È un corpo che ha smesso di recuperare. Esattamente come il mio sul divano, a ventisei anni, con gli esami nella norma. Il dolore si fissa nel punto più debole, ma lo produce tutto il resto: il sonno che non rigenera, l'infiammazione che nessuno misura, un sistema nervoso in allarme da anni.

Per questo oggi non tratto il punto. Misuro cosa impedisce al corpo di guarire e lo tolgo, nell'ordine giusto. E lo faccio guardando i dati ogni giorno, perché ho imparato sulla mia pelle che il corpo guarisce a casa, di notte, tra una seduta e l'altra, non sul lettino.

Ho unito la fisioterapia con cui sono partito al monitoraggio e alle tecniche che mi hanno rimesso in piedi. L'ho chiamato biohacking di precisione.

Ma prima di essere un metodo, è stata la mia via d'uscita.

Massimo Filippi oggi, nel centro VIVI

Oggi

Dal 2018 ho seguito più di seimila persone. Ho scritto due libri, "L'invecchiamento è una malattia" e "VIVI, Alla ricerca della vitalità". Nel 2024 ho aperto VIVI a San Marino, il primo centro dove si fa esattamente quello che ti ho raccontato: si misura, si tratta, si segue la persona nel tempo. Nel 2027 ne apriremo uno a Padova. Ho costruito Codice Massimo per seguire le persone a distanza con gli stessi dati, e il Biohacking Campus per insegnare tutto questo a fisioterapisti, osteopati, nutrizionisti e personal trainer. Ogni mese i miei contenuti raggiungono due milioni di persone.

Ma se mi chiedi cosa faccio, la risposta è ancora quella del bambino fermo a centrocampo: cerco cosa impedisce al corpo di fare quello che sa fare, e glielo tolgo.

Se ti sei ritrovato in qualche pezzo di questa storia, allora sai già perché faccio questo lavoro. E sai anche che non ti chiederò mai di abituarti.

Massimo Filippi in breve

Massimo Filippi è fisioterapista, biohacker di precisione e autore dei libri "L'invecchiamento è una malattia" e "VIVI, Alla ricerca della vitalità". Ha seguito più di 6.000 persone integrando la fisioterapia con il monitoraggio continuo dei dati del corpo. È fondatore di VIVI, centri di biohacking con sede a San Marino, di Codice Massimo, percorsi di salute a distanza, e del Biohacking Campus, scuola di formazione per professionisti della salute. I suoi contenuti raggiungono due milioni di visualizzazioni al mese. Il suo lavoro parte da un principio: il dolore che non passa non è un problema del punto in cui si sente, ma di un corpo che ha smesso di recuperare.

Ti spiego come lavoro